Ora si emigra per studiare

rassegna stampa

Dal Sud al Nord. È la «nuova emigrazione intellettuale», diversa da quella degli anni 60 perché riguarda per la stragrande maggioranza laureandi e laureati. E impoverisce il Meridione.

Volendo catalogarla proviamo a definirla «nuova emigrazione intellettuale», nuova perché ha caratteristiche profondamente diverse dalle ondate del passato che avevano ridisegnato l’Italia a partire dagli anni 60, intellettuale perché riguarda per la stragrande maggioranza laureandi e laureati. I flussi da Sud a Nord non sono certo una novità nella storia patria ma i numeri che circolano giustificano un allarme che sarà ribadito nei prossimi giorni dal Rapporto annuale della Svimez. Se infatti già negli anni che corrono dal 2002 al 2015 il saldo migratorio netto di laureati segnava -198 mila, la tendenza si va rafforzando e coinvolge adesso anche i diplomati delle scuole medie superiori che vanno ad immatricolarsi negli atenei del Centro Nord.

Conseguenze demografiche

Il rischio è fin troppo evidente: un impoverimento culturale del Mezzogiorno senza precedenti, un drenaggio di intelligenze, competenze e talenti destinato a influenzare la vita civile, amministrativa e politica. «Può sembrare sproporzionato e anacronistico, al tempo delle grandi migrazioni dal Sud al Nord del mondo, focalizzarsi sulle migrazioni interne — spiega Giuseppe Provenzano, vicedirettore della Svimez — ma si tratta di un fenomeno rilevante che ha conseguenze demografiche più generali e pressoché unico nei Paesi sviluppati». L’accenno alle conseguenze demografiche allude a un’altra pericolosa novità, il calo della fertilità. Il Sud non fa più figli come una volta e perde i suoi talenti, si crea così una tenaglia pericolosissima. Saltano le vecchie reti di subcultura che riproducevano tradizioni/ ruoli e in parallelo non si sviluppa di una società civile moderna, dinamica e responsabile.

Chi studia il fenomeno delle vite mobili dei giovani meridionali segmenta in tre comparti i nuovi flussi Sud-Nord: i diplomati delle scuole medie superiori che scelgono di andare a studiare altrove, i laureati delle università meridionali che appena presa la pergamena volgono la prua nella stessa direzione e i pendolari a lungo raggio, residenti nelle regioni del Sud (magari solo per pagare una polizza auto più bassa) ma che di fatto vivono/lavorano al Nord. Cominciano dai teen ager. La mobilità universitaria in Italia è generalmente elevata, uno studente su cinque frequenta atenei che non sono localizzati nella sua regione ma questi trasferimenti visti dal Sud sono pressoché a senso unico. Secondo l’economista Gianfranco Viesti, docente all’università di Bari, un quarto degli studenti meridionali oggi si immatricola negli atenei del Centro-Nord. Nel 2015-16 Puglia e Sicilia hanno perso 6 mila studenti guadagnati da Lazio, Emilia e Lombardia e in totale oggi il 24% delle immatricolazioni (in valori assoluti 25 mila persone) ogni anno si sposta verso Nord. Viesti cita una ricerca della Fondazione Res che ha calcolato, tra l’altro, come sommando le tasse universitarie, l’alloggio e il vitto si trasferisce anche una spesa di 2,5 miliardi l’anno. «Se ne vanno gli studenti forti, quelli con il voto di diploma più alto, quelli che vengono dai licei e che hanno la famiglia con il miglior reddito».

Le università e il lavoro

Cosa alimenta la diaspora? Viesti che sta conducendo una battaglia in merito risponde e polemizza: «Non discuto il valore di quelle università ma spesso il loro prestigio è costruito anche attraverso buone campagne sui mezzi di comunicazione e robusti investimenti di marketing». A determinare il tutto, secondo l’economista barese, concorrono più fattori: l’ampiezza dell’offerta formativa, la maggiore qualità percepita di alcune università del Nord ma soprattutto i canali che esse offrono per incontrare la domanda di lavoro dei laureati. «Negli ultimi anni c’è stato uno spostamento degli studenti più verso Milano e Torino a danno del Lazio e della Toscana. Da cosa è dipeso? Da uno scadimento delle università del Centro o dal fatto che gli sbocchi di lavoro sono più forti al Nord? La risposta è facile». E un’ulteriore dimostrazione secondo Viesti la si rintraccia esaminando i dati dei laureati del triennio. Nel 2008-2014 l’11% dei meridionali e il 15% degli universitari delle Isole aveva scelto di prendere la successiva laurea magistrale al Nord.

tratto da : https://www.pressreader.com/italy/corriere-della-sera/20171030/281526521312252

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